Perchè il Contratto a Tutele Crescenti Conviene al Datore di Lavoro


lavorolazioIl Contratto a tempo indeterminato a Tutele Crescenti Conviene al Datore di Lavoro. Lo dichiara la Fondazione dei consulenti del Lavoro in uno studio secondo il quale solo il contratto a partita Iva avrebbe un costo complessivo più basso (ma va utilizzato solo per rapporti di autentica collaborazione autonoma). Secondo i calcoli della Fondazione a fronte di una retribuzione lorda annua di 25.000 euro per le varie forme contrattuali, un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti stipulato nel 2015 costerà al datore di lavoro 27.789 euro meno quindi dei 31.924 euro di un contratto di collaborazione e di un’apprendista di un’azienda fino a 9 dipendenti (27.636 euro dopo la conferma).

Il contratto a tempo determinato quest’anno sarà poco conveniente perché costerà, in assenza degli sgravi previsti per il tempo indeterminato, 36.929 euro mentre il contratto a partita Iva costa, oltre al compenso lordo di 25.000 euro solo il 4% di «rivalsa» e quindi appena 26.000 euro l’anno. Le collaborazioni quest’anno costeranno di più dei contratti a tutele crescenti perché pur non avendo il peso del Tfr (previsto solo per i lavoratori dipendenti) hanno 5.120 euro di contributi previdenziali per il datore di lavoro.

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Cosa prevede il contratto a tutele crescenti contenuto nel Jobs Act
per i primi tre anni del contratto, l’articolo 18 (Reintegrazione nel posto di lavoro) non viene applicato. Rimane in vigore per i licenziamenti discriminatori e anche per i licenziamenti disciplinari (ma si cercherà di uniformare il comportamento dei giudici), cambia invece per i licenziamenti economici: il reintegro non è più previsto nemmeno in caso di motivazioni economiche manifestamente infondate.

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